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Il sionismo di Rachel Bespaloff

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La questione ebraica costituisce un capitolo portante della riflessione di Rachel Bespaloff, che d’altronde era figlia di un grande sionista. Quando, nel giugno del 1937, lo storico Daniel Halévy pubblica sulla «Revue juive de Genève» una lettera indirizzata al direttore in cui rende pubblico il suo rifiuto a collaborare, Rachel si decide a scrivergli una lettera aperta. «Il suo silenzio di fronte all’iniquità nei confronti di Israele».

Quando scrive queste righe si è da poco verificata l’annessione dell’Austria da parte di Hitler. Lo spettro del nazionalsocialismo in Europa comincia ad aggirarsi sempre più cupamente. Halévy raccomandava agli ebrei francesi di stare buoni, giocava la carta dell’intimidazione, suggerendo loro di non immischiarsi nelle faccende del Paese che li aveva generosamente accolti. Le parole di risposta di Rachel sono taglienti, indignate, il suo j’accuse rimbomba ancor oggi, dopo quasi un secolo di storia, come un monito severo: «Nessun Ebreo, oggigiorno, può ignorare che in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora, può capitargli il peggio».

La vis polemica si trasforma in occasione per una sottile riflessione sul destino del popolo ebraico, di cui anzitutto lei rivendica una personalità nazionale specifica, non conforme a quella degli Stati-nazione. Puntando il dito contro le promesse fallaci dell’emancipazione, responsabile di voler sopprimere la peculiarità ebraica e di cancellare il legame del suo popolo con la patria perduta, Rachel reclama un’appartenenza immutabile alla terra, tanto biologica quanto metafisica, in una prospettiva di forte rivendicazione sionista. Ciò che rifiuta con grande risolutezza è «la funzione di popolo-testimone nella storia» che gli Stati occidentali hanno assegnato agli Ebrei provocando un sentimento diffuso di rassegnazione rispetto alla loro sventura. «Niente mi è più odioso, lei lo sa, dell’ostentazione dei popoli-martiri. C’è nell’impotenza totale una lordura della quale non ci si purifica mai».

Contrapponendosi a tanto pensiero novecentesco della diaspora, Rachel respinge con fermezza l’immagine dell’ebreo sradicato, icona dell’esilio, considerato da lei creazione strategica di un nazionalismo predatorio che impone l’erranza a un popolo, per poi accusarlo di ciò che esso stesso produce. «Siamo stanchi di essere dappertutto e sempre quella minoranza impotente e sofferente sulla quale vengono vendicati l’insuccesso e il fallimento». Secondo Bespaloff è questa situazione di asservimento a indurre molti ebrei a seguire la causa della rivoluzione.

Aver impedito al popolo ebraico di creare lo Stato d’Israele sul suolo palestinese costituisce per lei una grave miopia. Si vieta agli ebrei di formare la propria nazione, ma si vieta loro ugualmente di integrarsi nelle nazioni che li ospitano. Urge svegliare il popolo ebraico dal letargo che lo tiene inchiodato a un’unica alternativa: o l’assimilazione o la rivoluzione. Entrambe sono strade senza uscita. Nel migliore dei casi gli Ebrei diventano oggetti di compatimento – il che risulta odioso a Bespaloff, che tuona come una profetessa delle Sacre Scritture:

«In fondo, la compassione è soltanto un affronto in cui la giustizia è negata. Le lascio la gloria di giudicarci dall’alto della sua infallibilità, poiché non teme di essere giudice e parte. Ma forse, dinanzi a un tribunale dove non siederete più, non saremo più noi ad avere difficoltà a giustificarci: “Può forse vantarsi la scure con chi taglia per suo mezzo o la sega insuperbirsi contro chi la maneggia?”».

La nazione cui si riferisce Bespaloff non è però animata dalla volontà di conquista, né istupidita dalla potenza, ma è un’idea di nazione che rinvia alla volontà di giustizia dei singoli e della collettività e che si fonda su una dimensione trascendente, la potenza di Dio.

«La trascendenza ebraica è forse quel germoglio che fa sbocciare il seme nella terra cieca, e buca lo spessore terrestre prima di dispiegarsi nell’eternità».

Il profetismo ebraico richiama a una responsabilità collettiva che non incarcera le nazioni in sé stesse, piuttosto convoca Israele a veicolare nel mondo una forma nuova d’essere nazione: una nazione che si salva solo insieme a tutte le altre. L’elezione è dunque una chiamata alla responsabilità.

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«Resta, malgrado tutto, un’esigenza di salvezza, testarda, potente, come il voler-vivere, che nulla può sopprimere in noi, perfino se tutto provasse che è insensata».

Rachel Bespaloff

«Ma c’è, ci sarà sempre, un certo modo di dire il vero, di proclamare il giusto, di cercare Dio, di onorare l’uomo, che ci è stato insegnato all’inizio e non cessa di esserci insegnato di nuovo, dalla Bibbia e da Omero».

Rachel Bespaloff