Ebraismo e natura: custodia, responsabilità, limite
Rav Roberto Della Rocca
Tu bishvat 5786, lunedì 2 febbraio 2026
Per comprendere il rapporto fra ebraismo e natura è necessario tornare ai fondamenti della tradizione ebraica, secondo cui il mondo è stato creato da Dio e affidato all’uomo insieme alla Torà, che ne regola la vita individuale e collettiva. La contemplazione della natura, nella prospettiva biblica, conduce a una più profonda consapevolezza dell’esistenza del Creatore: “I cieli narrano la gloria dell’Eterno e il firmamento annuncia l’opera delle Sue mani” (Salmo 19). Tuttavia, la tradizione rabbinica avverte che l’ammirazione per il creato non deve mai distogliere dall’impegno centrale dello studio, cardine dell’esperienza spirituale ebraica.
La Torà insiste con forza sul legame profondo tra l’uomo e la terra, concepiti come elementi di un unico ecosistema morale. Il comportamento umano influisce direttamente sull’equilibrio naturale: l’obbedienza alle leggi divine porta fertilità e prosperità, mentre la loro violazione conduce alla sterilità della terra e alla perdita dell’armonia (Levitico 26). La storia di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden rappresenta in modo paradigmatico questa interdipendenza: la disobbedienza dell’uomo genera una frattura che si riflette anche sulla natura, privata della sua originaria bellezza e fecondità.
L’uomo, creato a immagine di Dio, non è padrone assoluto del mondo ma suo custode. “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15). Due verbi che indicano un compito duplice: sviluppare la creazione attraverso l’intelligenza e il lavoro, ma al tempo stesso preservarla dal degrado e dallo sfruttamento indiscriminato. Libertà e dignità umane sono inseparabili da una grande responsabilità etica.
Questa visione si traduce in una complessa normativa che pone limiti precisi all’azione umana: il divieto di distruggere inutilmente (bal tashchit), la tutela degli alberi da frutto anche in tempo di guerra, il rispetto degli animali, fino all’istituzione dell’anno sabbatico (shemittà), durante il quale la terra deve riposare. Ogni sette anni il suolo viene sottratto alla logica produttiva e restituito alla sua dimensione vitale, come accade all’ebreo con lo Shabat , il Sabato ebraico. Il Giubileo rafforza ulteriormente questa prospettiva, ricordando che la terra non appartiene all’uomo ma a Dio: l’uomo ne è solo un amministratore temporaneo.
Il valore simbolico degli alberi occupa un posto centrale. La Torà arriva a paragonare l’uomo a un “albero del campo”, sottolineando una comunanza di destino che oggi, di fronte alla deforestazione e alla crisi ambientale, appare di drammatica attualità.Esiste perfino un Capodanno degli alberi che celebra il rinnovarsi della vita e richiama l’impegno umano nel custodirla. Rosh Ha-Shanà Lailanot, o Tu Bishvat, che cade il quindicesimo giorno del mese di Shevat, segna, in Terra d’Israele, l’inizio della stagione primaverile. Ridurlo a una semplice “festa degli alberi” sarebbe però fuorviante. Nella tradizione mistica ebraica questa ricorrenza assume un significato ben più profondo e viene celebrata attraverso un Seder particolare, durante il quale si leggono brani biblici e cabalistici che descrivono le qualità spirituali dei diversi tipi di frutti e il valore simbolico degli alberi che li generano. La natura diventa così un linguaggio, un sistema di segni capace di parlare del rapporto tra l’uomo, il mondo e il divino.
Non stupisce allora che l’atto del piantare un albero sia tenuto in altissima considerazione. Una celebre massima rabbinica afferma che, se mentre si pianta un albero dovesse arrivare il Messia, si dovrebbe prima terminare il gesto e solo dopo andargli incontro. Il senso di questo paradosso è chiaro: persino la redenzione dipende dalla volontà e dalla capacità dell’uomo di continuare a “piantare alberi”, di seguire nelle azioni concrete il sentiero tracciato dal Creatore. La spiritualità, in questa prospettiva, non è evasione dal mondo, ma responsabilità verso di esso.
Così accade che anche gli ebrei che vivono lontano dalla Terra d’Israele, immersi nei giorni più freddi dell’anno, sotto la pioggia o la neve, attraverso il rito del Seder di Tu Bishvat e la piantumazione simbolica degli alberi si proiettino verso la fine dell’inverno e il risveglio della natura. Un risveglio che avviene in un luogo geograficamente distante ma intimamente presente. È una percezione quasi corporale e meteorologica, fatta di profumi e sapori, capace di annullare le distanze spaziali e temporali: un po’ come l’odore di una persona amata che resta impresso anche nella sua assenza.
L’amore per la Terra d’Israele è infatti uno dei fondamenti del pensiero ebraico: è il luogo in cui la natura divina si manifesta in modo particolare. Il destino del popolo ebraico non può essere disgiunto da questi luoghi, perché per l’ebraismo è necessario avere un corpo oltre che uno spirito. La kedushà, la santità, si compie solo quando il mondo spirituale si congiunge alla vita naturale, quando il divino trova dimora nella concretezza dell’esistenza.
L’ebraismo non propone una visione ingenuamente ecologista né un biocentrismo di tipo pagano. Il suo obiettivo resta il ritorno a un’armonia perduta, simboleggiata dall’Eden, attraverso un profondo riorientamento spirituale. Come osservava Aryeh Carmell, solo la sostituzione degli obiettivi puramente materiali con mete spirituali può evitare il disastro ambientale.
In questa prospettiva, l’ecologia non è una disciplina separata, ma una forma di responsabilità morale e collettiva. Custodi e non padroni della terra, gli esseri umani sono chiamati a riconoscere che distruggere l’ambiente significa, in ultima analisi, distruggere se stessi. Una consapevolezza antica, che la modernità sembra aver dimenticato, ma che oggi si rivela più urgente che mai.
Rav Roberto Della Rocca